giovedì 24 ottobre 2013
martedì 23 luglio 2013
deMANAGERS – Progressive In My House (Edwood Records – Succo Acido Label)
Non inizierò questa recensione encomiando i soliti triti e ritriti leitmotiv della Seattle d’Italia o della Milano del sud. No, per favore, basta. Catania non è mai stata tutto questo o per lo meno, tirando fuori questo argomento, non se ne faccia una puntata da telenovela sudamericana perché quest’ultima sarebbe stata meno imbandita, con molto meno insistenza, di certi stereotipi ripetitivi. E va beh. Sono state soltanto, senza maldicenza, “leggere” dicerie messe in giro da qualcuno, per metter su una discussione tormentone per ragioni, diciamo così, turistiche, di hype visivo, di vendita o di attrattiva su certe realtà musicali pur sempre meritevoli. Ecco, non me ne frega ora e non me ne fregava neanche prima, di codeste definizioni. Finalmente l’ho scritto e che sollievo, ah. La figlia del Mongibello è stata un’altra cosa, una cosa a sé. Come tutte le cose, bene o male, vissute o che vivono in certi ambienti.
Da
queste poche ma importanti premesse vorrei introdurvi a un disco, un
nuovo disco, uscito a marzo del duemila tredici. Il disco in
questione è “Progressive In My House” dei deMANAGERS (scritto
proprio così, eh, non ci confondiamo). Questa chicca tutta sicula,
etnea, si fa per dire, esce per l’eclettica Edwood Records e per la
palermitana Succo Acido Label. Entrambe etichette di valore,
impegnate nella promozione di band al di fuori di classiche vetrine e
boriosi cliché sonori. Quest’ ultima, con la rivista Succo Acido è
anche impegnata nel campo dell’informazione culturale e di circuiti
artistici altri. Dategli un’occhiata, ne vale.
Bene.
La band registra tutto in modalità do it yourself e fa di necessità
virtù. Possiamo ammetterlo perché il disco ci porge all’udito un
circuito nostalgico. Un cerchio che si chiude: dei ricordi. Una
generazione? Comunque, quattro baldi giovani, orgogliosamente amici,
si ritrovano in una casa a registrare e l’avventura del disco
parte. Parte , e sì, ma da non molto lontano. Avete presente i
Clinic
alla loro prima avventura discografica? Il (Post) grunge e certo
noise ruvido (Progressive
In My House)?
I Brainiac
che suonarono in una calda notte d’estate anni novanta a Catania
(William
Blake Blues)?
Ecco, basta. E’ tutto qui, forse, quasi.
Infatti,
dicevo, quasi. Difatti, mi sa che uno o più di uno dei baldi giovani
sopracitati ha o aveva una certa predilezione per la break beat old
school, il dub o, forse, certa drum ‘n’ bass. Dai, sì, possiamo
dirlo: Elettronica. Sì, anzi, ne sono quasi più che sicuro. Ed
esattamente lo si evince, spero di non sbagliarmi, da pezzi come
Boogie
Bass e
Sharing.
Pezzi dove fa da padrone anche mister synth. Ma vorremmo
dimenticarci, azzolina, di certo punk-blues anni ottanta con accenni
garage (HeavyMetal
III)? E
ancora: del synth-pop sghembo e del post-punk magaziniano (A-ssolo)?
Certo,
è anche apprezzabile ammettere ,ancora, che tra le righe soniche del
disco si riesce anche a captare il lo-fi seminale dei Pavement
e non così proprio al volo, infine, l’influenza sotto le pieghe
della voce di certi Mark
Linkous
(Sparklehorse) e J
Mascis
(Dinosaur Jr) e permettetemi l’azzardo, gli Yuppie
Flu da
versante pop. Sentire la conviviale e divertita Pretty
Rose,
prego.
Voi direte: tutto qui? Si, proud Rock against the modern times.
lunedì 27 maggio 2013
In Zaire – White Sun Black Sun (Tannen Records – Offset – Sound Of Cobra Records)
Ribolle di un'entusiasta volontà di potenza questa nuova uscita firmata In Zaire, gruppo eclettico e votato allo sperimentalismo formato da Alessandro De Zan (voce, basso, percussioni), già Orfanado; Riccardo Biondetti, G.I. Joe insieme al De Zan e big master presso la Sound Of Cobra Records; Claudio Rocchetti (elettronica), dj, rumorista, 3/4 Hadbeebeliminated e Stefano Pilia (chitarra), già Massimo Volume, Il Sogno Del Marinaio con Mike Watt, 3/4 Hadbeeneliminated che dopo varie uscite in forma di live, split, ep e allargamenti di line-up ci concede l'onore di venire a contatto con il loro primo lp d'esordio iniziatico, White Sun Black Sun, un disco amuleto ritrovato in un'Africa tribale, siderale e meditativa.
Un album di ricercata psichedelia battente e dura, con copertina eccezionale di Fred Par Kraat, dove il kraut dei Neu!, degli Agitation Free e dei Can si pone in un intrecciato contatto/contrasto con i riff cavalcanti e sporchi di Detroit, come se certi Stooges alternassero sesso tantrico e violento con gli Ash Ra Temple e con alcuni Hawkwind in volo space hardelico durante uno dei loro live più ispirati.
L'atavico maelstrom sonoro dei nostri musicanti non si può certo compendiare in due righe e, difatti, freme anche di paesaggi dub lisergici, di garage e funk acidi e di una destabilizzante rumoristica spaziale come se ognuno dei corpi celesti, menzionati nei titoli dei pezzi, volesse dialogare tra loro, tra tensioni rumoristiche e commiati elettrici, in una spaziale girandola narcotica al ghiaccio bollente.
Preziosa gemma tutta italiota, incastonata in una propria direzione deviante, che continua e continuerà a far risplendere se stessa e il già avviatissimo movimento (?) psichedelico occulto italiano. Un condotto sonoro per la (ri)scoperta di altri suoni e itinerari, con precise informazioni per viaggi divinatori verso lo spazio profondo e dentro vari e, soprattuto diversi, microcosmi psicotici. Datecene ancora. sun, sun, Sun!
giovedì 25 aprile 2013
The Great Saunites - The Ivy
Avevamo lasciato Atros (Bassi), componente anche degli X-Mary, e Lenny L. Kandur Layola (Tamburi), altresì Lucifer Big Band, con un ep registrato tra quattro mura di casa a Lodi, intitolato “TGS/Lucifer Big Band” (2012) e un interessante precedente “Delay Jesus ‘68” ep (2011): un titolo come dichiarazione d’intenti Can-iana, un tributo alla psichedelia in accezione più avant, un panzer immerso nelle nuvole, guardandole (Delay Jesus '68).
Comunque, come non detto, tornano i The Great Saunites con The Ivy, e alla grande. Eccoli di nuovo qui, con massicce e introspettive visioni, tra ben amalgamati locomotori senza sosta di heavy psichedelia kraut rock e un afflato sognante; immersi in una nebbia di tastiere e organi, nei bassi filtrati al wah wah, in chitarre volanti e stratificate (la suite The Ivy), in pezzi pseudo folk un po' bucolici e un po' chimerici (Ocean Raves). Ci accingiamo a navigare in una trance estatica, a tratti monolitica, quasi cosmica. Gli Om più pestoni incontrano i Motorpsycho dalla fisionomia lisergica (Cassandra), i Pink Floyd direttamente da Shine You Crazy Diamond si coagulano con un certo stoner acido statunitense (Bottles&Ornaments).
L'album, prodotto collettivamente da un insieme di etichette fra le più audaci del territorio italico, registrato, mixato da Luca Ciffo (Fuzz Orchestra) e masterizzato da Riccardo Gamondi (Uochi Toki, La Morte), ci tramanda un' essenza sonora profonda, mistica ma che fa partire le proprie istanze (leggasi basso e batteria) da un pianeta tribale, magmatico, ma che dona il proprio estro in note a madonne pagane nell'iperuranio (Medjugorje). Una goduria per i nostri padiglioni auricolari. Un altro piacevolissimo pezzo da incorniciare nel già ampio e prospero movimento psichedelico italiano di questi ultimi anni. E grazie, si, grazie a queste opere (si potrebbero ri-citare i lavori de La Piramide di Sangue, In Zaire, Squadra Omega) che il sottobosco musicale ribolle di una forza mesmerica e ammaliante che fa ben sperare, per l'ennesima volta, l'orizzonte sonoro italiano. Voilà.
giovedì 4 aprile 2013
Edible Woman - Nation (Santeria)
Un graditissimo ritorno, orgogliosamente italiano, questo degli Edible Woman, trio nato nel 1999 e attualmente formato da Andrea Giommi (Basso, Voce), Federico Antonioni (Chitarra, synths, tastiere) e Nicola Romani (Batteria).
Dopo le divaganti e allo stesso tempo dirompenti atmosfere noise e psych-kraut di “Everywhere At Once” (2010) – Sleeping Star/Self, si riaffacciano con “Nation” (Santeria),in distribuzione italiana con Audioglobe e per il territorio europeo con la stimatissima Rough Trade, importante biglietto da visita che potrà servire da traino per un’auspicabile affermazione nel mercato britannico ed estero. Con questo full-lenght, prezioso e poliedrico, suggellano per la quarta volta una già interessante carriera tra proseliti noise/hardcore di Chicago, post punk, respiri psichedelici e arguti sentori krauti.
L’album in questione è stato registrato in presa diretta da Mattia Coletti ai Vacuum Studio di Bologna e masterizzato da Riccardo Gamondi (Uochi Toki, La Morte). Da notare che la presenza del Coletti non è nuova in fase di registrazione per il trio di Fano, difatti, anche nel precedente album il trio-gruppo-band si è avvalso della sua presenza; qui, oltre una semplice collaborazione da studio, vi è aria da sodalizio tecnico.
Questo nuovo lavoro non prende eccessivamente le distanze dai precedenti tasselli discografici, niente di male. E’ presente, però, una nuova apparente sensibilità compositiva e novelli propositi rispetto al passato. Una personale magia ermetica che erompe, infatti, dai suoni dei singoli componenti , (suoni spigolosi, profondi, vellutati) con una capacità di compenetrarsi tra di loro non affatto indifferente. Un reparto di suono, che come puzzle ordinato, batte echi di post-punk, dove i Clinic più psichedelici del primo periodo incontrano Ian Curtis dentro la divisione della gioia in cui, per l’appunto, i Sonic Youth hanno appena ultimato un concerto. E scusate se è poco. E’ anche presente, oltretutto, una sottile e ferrea voglia di far spiccare un messaggio sociale, forse politico, ma è comunque un messaggio, importante; e cioè, semplicemente: viviamo in un sistema malato? In una nazione malata? Il nostro io umano è malato? Tutto o forse nulla, ma comunque qualcosa di marcio c’è, una deformazione sociale, un carcinoma eletto, uno specchio sociale dove, forse, si riflettono zombie e mostri.
In ogni caso, una nuova e aggiornata prospettiva per la band. Prospettiva in cui “alzare il tiro” avrebbe giovato di più ad alcuni passaggi dei pezzi e per quel puzzle , di cui sopra, che forse , si sente un tantino tirato a lucido per le feste. Ma sono feste sagaci, orgogliose, negli addobbi e nei contenuti, dove una band, gli Edible Woman, dirige danze ed emozioni .
http://www.ediblewoman.it/
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giovedì 21 febbraio 2013
Un Wall of Doom di Gioia e Rivoluzione. Intervista ai Fuzz Orchestra.
E quindi un bel giorno mi son svegliato da un piccolo grande letargo (si fa per dire) e ho deciso di scrivere questa intervista: protagonisti, i Fuzz Orchestra. La motivazione principale per la quale l’ho messa al mondo , oltre quella riguardante il mio acceso apprezzamento nei confronti del loro lavoro, è che il loro ultimo album, Morire Per La Patria, gira sui miei apparecchi emanatori di suono da quando è praticamente uscito: un disco bellissimo. Ha anche lasciato un solco ben impresso nei miei ascolti e nelle mie preferenze musicali del trascorso duemila dodici.
Quindi, andando oltre i convenevoli, mi sarà concesso affermare che il gruppo è una delle realtà musicali più interessanti ed eclettiche del panorama italiano. Anzi, dico di più, e giustamente non sono neanche il primo ad affermarlo: il lavoro rappresenta la migliore uscita discografica italiana degli ultimi dodici mesi. Tale affermazione potrebbe sembrare esagerata, ma non credo sia così.
Vuoi mettere il fuoco a volontà di un hard rock, in modalità panzer, di derivazione sabbathiana, con ricercatezze doom e stoner, che va a braccetto con citazioni cinematografiche pasoliniane e petriane da un parte, nonché una ludica ripresa di certa musica leggera italiana, e dall’altra un immenso immaginario politico che evoca voglia di autoriflessione, riscatto, sdegno . Sì, per l’appunto , riscatto e un senso critico circa i punti interrogativi della storia italiana, ma anche di umanità ed esseri umani che non si riducono a monadi e non cedono al Moloch.
Ecco, questa è una piccola summa dell’immaginario artistico della band, ma per carpire meglio alcuni passaggi che possibilmente ancora non hanno avuto risposta, v’inoltro alla sottostante intervista. Una piacevole chiacchierata telematica con la Fuzz Orchestra: è tutta vostra.
- I feedback positivi e di apprezzamento relativi al vostro ultimo album, Morire per la patria (Wallace Records – Villa Inferno Records) - 2012, stanno raggiungendo una cifra considerevole e una fetta di pubblico che prima, possibilmente, neanche vi conosceva o mostrava interesse nei vostri confronti. Voi, a proposito, a quasi due mesi dall’uscita dell’album, come vedete e giudicate questo crescendo mediatico nei confronti della Fuzz Orchestra?
Ovviamente lo giudichiamo positivamente; quello che ci fa più piacere è tuttavia vedere che il nostro pubblico si sta allargando, anche in conseguenza di questo maggior interesse mediatico.
- Il recente cambio di line up alla batteria, esce Marco Mazzoldi entra Paolo Mongardi (ZEUS! – Fulkanelli – Ronin), ha cambiato qualcosa nel vostro approccio compositivo in studio e al momento dei concerti?
Direi che il cambio di batterista ha inciso più che altro sul nostro sound in generale: Marco è più '70s ed istintivo mentre Paolo ha un approccio e ascolti più moderni.
- Ascoltando interamente i vostri tre album ci si accorge, ovviamente, della presenza di elementi cinematografici d’autore (Elio Petri, Corrado Farina, Pier Paolo Pasolini, Giuliano Montaldo), inserti musicali prelevati dalla musica popolare e leggera italiana, documenti d’archivio d’epoca (sentire Agosto 80 dal primo album “Fuzz Orchestra” (2007) per rendere l’idea) e di “semplici” field recordings”. C’è un metodo (sempre se ci sia) nella scelta dei suddetti elementi? Cambiano in qualche maniera la composizione dei vostri pezzi?
Non c'è un vero e proprio metodo, viene usato materiale che pensiamo possa adattarsi alla struttura dei pezzi e al messaggio che si intende veicolare in un dato momento. Prima nasce l'idea musicale, poi si aggiunge il contributo; poi capita che si debba ritornare sulla struttura musicale per adattarla al meglio al contributo stesso.
- Sicuramente il vostro far politica, presente nelle vostre composizioni , fa pensare e genera spirito critico, meno male. Io mi sono soffermato sull’interrogativo se sia più un “giocare”, da parte vostra, su certe tematiche o estetiche, come hanno fatto o fanno, per fare degli esempi CCCP o Offlaga Disco Pax, oppure ci sia un vero intento e obiettivo nel promulgare certi “messaggi” politici all’interno della vostra musica. Quindi, potete chiarire questo mio piccolo dubbio? Come è questa storia?
E' nostro preciso interesse veicolare un messaggio che ha valore di per sé, non ci interessa giocare o farne una questione estetica. Abbiamo le nostre idee e ci sembra naturale comunicarle.
- Leggendo parecchio materiale sul vostro conto sul web - recensioni, interviste o commenti ad alcuni vostri video caricati qui e lì - ho notato che non si fa quasi mai riferimento alle vostre esperienze musicali precedenti alla Fuzz Orchestra, in questo caso mi riferisco ai Bron Y Aur (di cui facevano parte Fabio Ferrario e Luca Ciffo). Cosa ne pensate di questa “mancanza” giornalistica? Cosa è rimasto oggi (a parte i Fuzz Orchestra) di quella, a parer mio, sottovalutata esperienza musicale?
Quella dei BYA è stata un'esperienza altamente formativa: ci ha indicato cosa NON bisogna fare quando si è in una band. Mi spiego: siamo convinti di aver fatto dei buoni e, a volte, ottimi dischi, ma tutto il resto della gestione della band è stata caratterizzata da una scarsissima lucidità: le idee su cosa fare e come muoversi non erano per niente chiare e, d'altronde, scarsissime erano anche altre realtà ed esperienze cui fare riferimento. Ti posso quindi dire che trovo del tutto comprensibile che la parabola dei BYA abbia lasciato tracce molto scarse nella memoria collettiva.
- Il vostro impatto estetico è, in un certo qual senso, molto curato; dai vestiti sul palco, le copertine dei dischi, le magliette, i social network e il web. Soprattutto, ho notato la nuova meravigliosa (mandala fuzz) copertina di Morire per la patria. Ve ne siete occupati voi della realizzazione o c’è qualcuno dietro , esterno al gruppo? Com’è nata?
Delle grafiche si è sempre occupato Fiè (Fabio Ferrario). E' una cosa che fa parte della nostra modalità di lavoro, che ha a che fare con l'avere il pieno controllo di tutti gli aspetti della nostra attività.
- I vostri dischi, quando vengono alla luce, escono per svariate etichette. Penso, alla Wallace Records, alla defunta Bar La Muerte di Bruno Dorella e la Boring Machines, ecc, ecc. A parte, le ovvie ragioni di espandere a più ampio raggio la visibilità e la vendita dei vostri dischi, c’è qualcos’altro dietro la fedeltà a certe suddette etichette? Cosa vi ha legato, così, nel tempo?
Con Mirko di Wallace siamo amici da molti anni e lui ha sempre apprezzato molto le nostre produzioni. Lo stesso dicasi per Bruno di Bar la Muerte. Con Boring Machines , come con Brigadisco, EFT (Escape From Today) e altre, la collaborazione è più recente e penso che durerà finché la stima reciproca sussisterà.
- É innegabile che da quando la Fuzz Orchestra è in vita, ha intrapreso una saga concertistica on the road decisamente non irrilevante. Tour negli States nel 2010, centinaia di date tra l’Italia e l’Europa tra il 2007 e oggi. Anche pensando a Paolo Mongardi , per l’appunto, che è dentro ad altri ben due pregevoli progetti musicali (Ronin, Fulkanelli). Come conciliate questa fittissima attività professionale con la vostra vita?
Da un paio di anni abbiamo deciso di fare della musica la nostra principale attività, quindi non dobbiamo più preoccuparci di conciliarla con il “lavoro fisso”. D'altro canto ognuno di noi si organizza a modo suo per sbarcare il lunario con altre attività.
- Tra i tanti pezzi del vostro repertorio, ci sono due pregevoli cover che la dicono lunga sulle vostre influenze musicali e relativo sound, parlo di Volo Magico di Claudio Rocchi (intitolata da voi Volo Fuzz n.1) e Behind The Wall Of Sleep (ecchelodicoafare) dei Black Sabbath. Semplice, perché avete scelto proprio questi pezzi?
In realtà le cover sono tre: sul primo disco c'è un pezzo di Mina: “Eclisse twist”, ribattezzata per l'occasione “Eclisse Fuzz”. Sono pezzi che ci piacciono, specchi piuttosto fedeli, a nostro parere, dell'epoca in cui furono scritti: il boom dei '60 e la scoperta dell'Oriente dei primi '70. Dato che nei nostri dischi ci piace anche ricreare il mood di un'epoca, ci è sembrato naturale sceglierli. La cover dei Sabbath ci è stata chiesta per una compilation di cui poi si sono perse le tracce.
- Una domanda di rito che faccio, quasi, a ogni gruppo: avete in cantiere la realizzazione, anche a basso budget, di un video?
Sì, ci stiamo lavorando proprio in questo periodo.
- Ed ora la domandona che tutti ci aspettavamo: ma dove sta andando la Fuzz Orchestra? E date le parecchie collaborazioni nella registrazione dell’ultimo album (Enrico Gabrielli e Xabier Iriondo solo per citare due nomi), c’è una lontana possibilità, in un futuro prossimo o lontano, che si aggiunga qualcun altro all’ensemble fuzzico del gruppo?
Dove stiamo andando di preciso non lo sappiamo nemmeno noi: diciamo che stiamo lavorando, e molto, per far arrivare la nostra musica a più gente possibile. Ci piacerebbe molto espandere il nostro vocabolario di suoni anche in fase live: vedremo se, quando e come accadrà.
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venerdì 18 gennaio 2013
La Morte - La Morte (Anemic Dracula - Corpoc)
Commemorazione dei defunti, due novembre (e quando se no?), è uscito il primo lp dei La Morte, per l’appunto intitolato “La Morte” (Anemic Dracula & Corpoc). Progetto nato nei primi mesi del duemila e dodici da un’idea di Giovanni Succi (Madrigali Magri, Bachi Da Pietra) e Riccardo Gamondi (Uochi Toki).
Il Succi nel disco si occupa delle voci, cioè del reading di un’antologia di brani (con tema guarda un po’: la carne, la malattia, la putrefazione, la defecazione e sua signoria la Morte) recuperati con saggezza dalla miglior letteratura occidentale, dal medioevo a oggi e caspita, c’è anche il nostro da Todi Iacopone.
Il Gamondi, da parte sua, con la maestria e il guizzo creativo di chi sa il mestiere suo, innalza, sposta, sventola glitch algidi, polari; inalbera mari di suono, tesse bordoni, acquieta field recordings ineffabili e trasparenti; i suoi macchinari, il suo laptop si trasformano in vento, in tempesta, e in impeto. La voce cupa e umana del Succi, dopo l’ascolto di questo “epitaffio” sonoro, si fonde oscura in presagi, con l’ambiente sonoro del Gamondi e si amalgama come se venisse a scandire dall’aldilà, parole dal profondo di uno stomaco scrutatore di presagi sociali.
Appunto, La Morte. Essa è qui. E qui? E’ tra di noi? Nella morte dei valori, delle ideologie, nella visione di un Uomo Nuovo? L’uomo (l’omo!), colui che ha l’unico destino comune a tutti, ma che non è condivisibile con nessuno. Bè, non so, insinuazioni, divagazioni, prospetti.
A voi, la recensione mentale delle parole, di questo crepuscolo in note e rumori, di tutto quello che volete. Siediti, pensa al tuo cane e al tuo gatto morti da poco, pensa al lento esaurirsi delle cose, in un pomeriggio freddo d’inverno; pensa, piangi, rifletti, alla Morte.
Oltre il Succi e il Gamondi, si dice (è vero) abbiano partecipato alla registrazione di questo convivio musicale (decadente?), un ensemble di archi registrati nella cappella del cimitero comunale di Saludecio presso Rimini (e dove se no?!). Ma c’è di più, e credo sia seminale affinché l’album abbia un buon riscontro, l’ artista Veronica Azzinari ha immaginato e realizzato trenta copertine diverse, producendo altrettante incisioni a secco, riprodotte manualmente in serie di dieci stampe ciascuna, che rendono unica e irripetibile (come la vita e la morte) ogni singola confezione del disco.
Ecco, tutto splendidamente originale e, a tratti oscuro, ma insieme taumaturgico, come se tutto il lavoro stesse ramificando un progetto di esorcizzazione dalla Morte stessa.
E in alto i
nostri vuoti:
"La mea portadura se ià' 'n esta fossa;
cadut'è la carne, remase so' l'ossa
et onne gloria da me ss'è remossa
e d'onne miseria 'n me a rempletura".
Caduta è la carne ("La Morte" LP 2012) by LAMORTE
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