domenica 26 febbraio 2012

Heroin In Tahiti - Death Surf - Boring Machines Records (2011)



Voodoo, voodoo! Post-atomico sound che ti avvolge estatico, narcotico, in un vortice deviante ed oppiaceo. Gli Heroin In Tahiti, duo romano formato da Valerio Mattioli e Francesco De Figuereido, entrambi dentro la scena culto del locale romano “Borgata Boredom”, hanno fatto centro con il loro primo lavoro su lp denominato “Death Surf”, uscito per la Boring Machines. Essi ci direzionano verso spiagge tropicali occulte, dove incontriamo indigeni apatici e surfisti dell'apocalisse. Si, spiagge desolate, dove non è il più tempo della gioiosa e solare psichedelia pop dei Beach Boys. Qui, vige il suono di derelitti esseri dopati che aspettano invano l'alba di un nuovo avvento alle porte, in un villaggio vacanze esotico abbandonato. Per capire di che territori stiamo parlando, pensiamo agli Spacemen 3 ed a i Cluster (secondo periodo) che si sono dati al gioco del drone e dello psychobilly, mentre si muovono danzerecci, ieratici, con collane hawaiane di fiori appassiti al collo. Morricone benedice dal vecchio west e Kenneth Anger gli avrebbe sicuramente scritturati per musicare uno dei suoi esoterici corti.

Dunque, prova più che ottima, con potenzialità egregie, che potrebbe varcare le barriere soniche (troppo convinte e statiche) dell'italico stivale e non solo. Aloha, nemA.






mercoledì 1 febbraio 2012

Teatro Coppola,Teatro dei cittadini: un mese di meraviglia.


Anno domini duemila e undici, giorno sedici dicembre. Una ventina di persone tra musicisti, artisti, professionisti del settore dello spettacolo hanno occupato il suddetto in via del Vecchio Bastione, 9 - quartiere Civita, Catania per dimostrare che uno spazio pubblico appartiene alla collettività e, sopratutto, per dar voce ai cittadini e a quell'idea che un luogo già destinato alla cultura deve essere funzionale come fucina di idee, luogo di aggregazione sociale, e propulsore dal basso di vari artisti e maestranze.


 Infatti, gli occupanti, più l'anima e le braccia di altri liberi cittadini, sin da subito non hanno perso tempo per portare avanti le proprie idee, ed iniziare i lavori per il recupero fisico stesso del luogo.


Ma andiamo con ordine. Il teatro apre i battenti il 19 giugno del 1821 e nel 1830 prende la denominazione di teatro comunale che manterrà fino al 1887 (anno in cui viene chiuso per la prima volta). Nel 1908 viene dedicato al nome del compositore Pietro Antonio Coppola . Nei decenni successivi il comune lo da in gestione al "Circolo Filodrammatico Artistico" che ne fa un baluardo del teatro sperimentale catanese. Con l'inizio della seconda guerra mondiale viene chiuso per la seconda volta, fino al giorno in cui viene semi distrutto dalle bombe del fronte alleato. Negli anni sessanta si parlò di ricostruzione, ma in pratica niente si sviluppò in concreto, come per l'ultimo progetto targato 2005, i cui lavori sono stati interrotti ed il cantiere lasciato in malora.


Difatti, tra un colpo di cazzuola, una martellata su un dito ed un comunicato stampa, questo arsenale d'intenti va potente e deciso come una locomotiva procedendo nei lavori di restauro e nel frattempo si stila un programma di eventi volto all'autofinanziamento per la ricostruzione stessa del teatro. 


Gli eventi si giostrano tra reading musicati di poesie, concerti, teatro e il caro rock 'n' roll. Essi si dichiarano occasione lieta d'incontro e comunicazione e, specialmente, come momenti di presentazione a tutti del teatro. 


Una mancanza di mezzi e fondi che gli "occupanti" stanno "esorcizzando", ad un mese o poco più dalla liberazione, tramite il loro fare auto gestito che come al solito farà discutere detrattori o semplici invidiosi.


Ne ho parlato con Serena Barone - addetta ufficio stampa del Teatro Coppola, tramite alcuni miei spunti e riflessioni, che poi son diventati quesiti, per una piacevole intervista. 


Puoi chiarirci uno dei punti fondamentali di questa dimostranza? Perché si sottolinea "liberazione", invece di "occupazione"?


Perché “occupazione” ha acquisito una connotazione di proprietà, si passa dalla proprietà comunale di uno spazio ad una proprietà, che è quasi privata. Negli ultimi vent'anni ci si è trincerati negli spazi occupati. L'idea di fondo che si vorrebbe far passare è che questo spazio non è di chi lo ha occupato, ma appartiene di diritto alla popolazione, che deve prendersene cura per restituirlo alla comunità stessa, in questo senso “liberato”. Per questo si è deciso che il movimento d'occupazione fosse un comitato, l'espressione giuridica più idonea a questo tipo di iniziative perché più aperta: chiunque può entrare a far parte del comitato.


Ritieni che la liberazione del teatro Coppola sia seminale, affinché si ripetano simili atti?


Assolutamente sì. Il Teatro Valle Occupato ne è l'emblema. C'è un disagio fortissimo che è diffuso in tutta la nazione e che può trovare sfogo, e soprattutto voce, solo attraverso atti di forza come quello dell'occupazione. La necessità di fare rete diventa propulsione per le realtà che non hanno ancora la forza di esplodere.


Uno dei tanti comunicati stampa sul web del teatro afferma che si vuol essere fuori logiche di partito, fuori logiche politiche, essere individui e liberi in una prospettiva orizzontale di partecipazione collettiva. Quale volontà, ben precisa, c'è dietro queste espressioni?


Non fuori logiche politiche, ma partitiche. La nostra azione è chiaramente politica nel senso etimologico del termine: i cittadini si occupano dell'amministrazione della cosa pubblica. Vogliamo dimostrare che esiste un altro modo di gestire la cultura che sia orizzontale e parta dal basso; i partiti si sono ormai dimostrati fallimentari in questo. La maggior parte degli spazi concessi dalle Amministrazioni comunali, sempre secondo logiche clientelari, sono, di fatto, gestiti dai partiti e, anche quando la gestione pare essere più “illuminata”, si è, in realtà vittime del giogo dei finanziamenti pubblici, che condizionano persino la programmazione degli spettacoli. Quando rivendichiamo il diritto di riappropriarci di un bene comune è chiaramente un modo per mettere in discussione la gestione della proprietà pubblica (nel senso di Stato) che versa in totale stato di abbandono a causa delle caste partitiche di ogni colore.


A proposito di Politica. Ho molto apprezzato l'intervento-reading di Nino Romeo e Mariagrazia Maniscalco nello spettacolo post-assemblea di giorno diciotto dicembre; in cui si parlava di Proudhon, del suo socialismo utopistico e del concetto cardine de "La proprietà è un furto". Quanto vi rivedete in queste parole ed espressioni? Le condividete?


Proudhon era contrario alle sovvenzioni dello Stato, credeva che la gestione della cosa pubblica dovesse avvenire da parte di libere associazioni autorganizzate di cittadini e lavoratori guidati dal loro senso di responsabilità. La proprietà è un furto nella misura in cui la pubblica proprietà è sottomessa al volere dei partiti, che la usano per rispondere ai loro bisogni, ai loro interessi e per ricambiare favori. Direi che non ci sta proprio antipatico Proudhon...


C'è un bellissimo e forte filo conduttore che lega il teatro Coppola a Catania, il teatro Valle Occupato e la sala Arrigoni a Roma e il teatro Marinoni di Venezia, tutte esperienze comuni che vogliono liberare la cultura verso quella destinazione appropriata che sono i cittadini e la collettività, al dispetto di chi in questi ultimi anni lo ha negato o lo ha fatto diventare un affare fin troppo di lucro o un motivo banale per far cassa. Cosa ne pensi di queste esperienze? Il bellissimo e forte filo conduttore potrà rimanere tale per lungo tempo?


Stiamo lavorando tutti per ottenere lo stesso risultato e rivendicare gli stessi diritti, per cui non possiamo non appoggiare queste esperienze. Finché le finalità rimarranno le stesse il filo non si interromperà.


Il vicinato del quartiere Civita, dove è situato il teatro, come ha accolto la liberazione del teatro?


Questa è stata una delle sorprese più grandi. Era la nostra incognita più preoccupante, invece il quartiere ha subito capito che non eravamo un gruppo di scalmanati che voleva occupare il posto per farci le sue feste, ma semplicemente per far rivivere un luogo abbandonato. Ci hanno subito dimostrato solidarietà, ci hanno aiutato con donazioni di materiali e anche di testimonianze storiche del luogo.


Tra le attività future del teatro ci sarà spazio per attività formative rivolte ad un pubblico più o meno vasto?


Sì, certamente. Sarà  un luogo della sperimentazione. Si organizzeranno laboratori e corsi di formazione artistica e professionale. Diventerà luogo di produzione: dalla scrittura alla messa in scena di uno spettacolo teatrale. Ovviamente si rivolgerà a chiunque sarà interessato.


C'è un "metodo" o una logica precisa dietro le attività che state pian piano organizzando?


In questo momento stiamo dando spazio a tutti quelli che manifestano la loro disponibilità. Le proposte arrivano continuamente, e, a volte, non riusciamo a soddisfarle tutte, per cui pensavamo di organizzare delle serate flusso con due o tre spettacoli a sera, magari di mezz'ora l'uno per dare spazio a tutti. Altrimenti rischiamo di non riuscire nei nostri intenti, farlo diventare un libero teatro dei cittadini. Dal nostro canto, gli spettacoli ogni sera rispondono all'esigenza di trovare fondi, attraverso la sottoscrizione volontaria, per ricostruire il teatro.



Forma ampliata di un personale articolo intervista apparso su Oggimedia.it



Silver Rocket - Old Fashioned (2011 – Mexican Standoff Records/afmusic)



L'Emilia Romagna riserva sempre efficaci sorprese a chi sa avvicinarsene con cura e dedizione. Arti culinarie, d'amministrazione, passate e presenti, hanno avuto sempre quel quid in più, rilassato e d'intelletto, da far quasi la differenza. In questo caso regionale, parliamo di arti musicali. Nello specifico dei Silver Rocket e del loro ultimo album “Old fashioned”, appena pubblicato il sei dicembre. Il gruppo si forma nel settembre 2009 e dopo un primo periodo di assestamento, porta a compimento il suo primo prodotto di studio intitolato “Silver Rocket EP”.Tracce dirette, concise e con un certo contenuto psycho-shoegaze portano il cosiddetto ep ad avere un buon feedback su vari e importanti media di settore. Nel Gennaio del 2011 decidono di incidere nuove tracce per evidenziare, ovviamente, un nuovo periodo compositivo. Spunta fuori “Old Fashioned”, diretto garage rock melodico con venature post-punk e alternative rock. Il lavoro scorre anche tra solchi rumorosi di chitarra alla Sonic Youth (difatti, il nome della band è tutto un programma) e melodie che rimangono fiere e morbide, impresse sulla nostra materia grigia (Saturate, Walk Out The Door, Bunny Ears su tutte). Un album pieno, citazionista in accezione positiva, dove si nota una certa qual voglia “esterofila”, per dichiarare un suono già di per sé adulto e gradevolmente orecchiabile. Vi piacerebbero i The Jesus and Mary Chain più diretti che vanno a cena con un indie rock un po' zuccheroso d'estradizione americana? La risposta la potreste trovare nel pregevole menù sonoro di “Old Fashioned”.  




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