Anni fa uscì “Il fuoco” (2009),
penultimo lavoro dei Giardini di Mirò, band di Cavriago, Reggio
Emilia. L'album era la sonorizzazione dell'omonimo film di Giovanni
Pastrone del 1915. Il lavoro era decisamente più arduo e
sperimentale rispetto all'album precedente “Dividing Opinions”
(2007), più focalizzato sulla forma canzone e sul cantato, pur
sempre non rinnegando ricercatezze sui suoni, manteneva più o meno
salde radici post-rock e shoegaze, confermando, difatti, pur sempre
la vena strumentale del gruppo. Comunque, dopo la loro prova
estemporanea e cinematica è il momento fatidico di “Good Luck”
(2012), uscito per Santeria il trentuno marzo, esso è infatti
l'ultimo lp ufficiale della band emiliana. Il titolo è, infatti, già
un augurio per noi tutti e per il nostro futuro; e che vogliamo fare,
siamo in Italia, c'è la depressione economica post-contemporanea, ci
sono le banche, ci sono i debiti, ci sono le menzogne e sopratutto ci
sono le persone che hanno bisogno di fortuna e, anche consapevolezza
per non cadere da questo filo penzolante che è l'oggi, qui e ora.
Ma parliamo dell'album. Esso si presenta
come un affresco più o meno variopinto dei suoni che hanno fatto la
fortuna e il marchio della band:tipiche chitarre post-rock,
ambientazioni shoegaze e space rock. Però non è tutto qui, sarebbe
facile o direi, quasi un fiasco se avessero mollato i loro ormeggi
sulle stesse coste sonore e su idee mescolate e rimescolate negli
anni. La grande novità, se così vogliamo chiamarla, sta
innanzitutto sul cambio di guardia alla batteria tra Francesco
Donadello (produttore dell'album), non più di stanza emiliana ma
bensì berlinese, con al suo posto Andrea Mancin che si distingue per
il suo drumming deciso e incalzante. Andando avanti possiamo per
certo affermare che i Giardini di Mirò siano arrivati a un
definitivo consolidamento verso la forma del cantato, difatti, tutte
le canzoni dell'album (tranne una) contengono la voce di Corrado
Nuccini e Jukka Reverberi, con il featuring per “There is the
place” di Sara Lov dei Devics e Angela Baraldi per “Rome”.
Le canzoni, otto nel totale, appaiono a
un primo ascolto accurato, un tentativo, più o meno riuscito, di
rinnovarsi, anche cercando di catturare un sentimento o una visone
che sia più o meno fedele all’attuale società, con il suo vacuo e
precario sentire; le liriche dei testi, difatti, fanno centro verso
questo sguardo, tra malinconia, speranza, sentimenti e incedere della
vita, ci concedono amare e romantiche riflessioni autunnali verso una
primavera di riscatto che ancora attendiamo famelici.
I pezzi si contraddistinguono tra
ballad intimistiche e crepuscolari come Memories, dinamiche pulsioni
kraut-wave come le bellissime Time On Time e Ride e composizioni dove
possiamo rintracciare i suoni che hanno, più o meno, contraddistinto
la band tra cui Rome, Good Luck (l’unica strumentale), Spurious
Love (con le chitarre di Stefano Pilia, Massimo Volume) Flat Heart
Society e il meraviglioso affresco romantico post-rock di There is
The Place.
Da uno scambio di battute a un loro
concerto tra il presentatore e loro stessi, cito:”Dopo “Il fuoco”
dei mercati e le opinioni che ci dividono sul futuro abbiamo bisogno
davvero di questa inevitabile fortuna[...] Fa sempre piacere dopo una
giornata vissuta nel mondo esterno, andare a letto e sentirsi dire o
dirsi da soli “Buona Fortuna.””. Ecco, sta qui, tutto il
contenuto poetico e il significato che quest'album vuole donarci.
Poetico come un bacio tra innamorati al parco di Mirò a Barcellona.
Nessun commento:
Posta un commento