mercoledì 2 gennaio 2013
mercoledì 19 dicembre 2012
Alabama Songs Promotion è tra noi. Quando la musica diventa passione (o viceversa).
La Alabama Songs Promotion è un neonato ufficio stampa per la promozione, sul web e su altri canali tradizionali, di novità discografiche in uscita, live, eventi e qualsiasi altra emanazione abbia a che fare con l'arte musicale e i suoi sobborghi. Stiamo partendo ufficialmente con questo nuovo progetto altero. Siamo una ghenga di giovinastri, tutti gravitanti da tempo in quello gnommero chiamato “mondo artistico-musicale” (recensioni di dischi, uffici stampa, poesia, musica), che hanno deciso di mettere in pratica professionalmente la proprie conoscenze acquisite nel tempo, ma soprattutto la propria passione, al servizio di chi vuole ampliare la diffusione e la conoscenza delle proprie creature musicali.
Oggi più che mai è nodale l’estrinsecazione e il lancio di un nuovo lavoro artistico, e soprattutto tale divulgazione è decisiva sul web, questo aere virtuale e intricato, per fortuna o purtroppo, sempre più interzona globale; non dimenticandoci, ovviamente, di canali di promozione più tradizionali (e non). Se avete un disco in procinto di essere pubblicato, dei live da promuovere o eventi, contattateci, e vi informeremo al più presto sulle nostre tariffe e sui nostri servizi.
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New L'Ink Free Press n.6 - Novembre/Dicembre 2012
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E' online (e cartaceo in tutti i point da mercoledì diciannove dicembre) il nuovo numero (novembre-dicembre) di New L'Ink . Tra le tante cose interessanti che troverete all'interno anche l'intervista a Hugo Race di Sisco Montalto. Per i dischi del mese: Paolo Saporiti con "L'ultimo ricatto", recensione di Salvatore La Cognata e una mia recensione per "Oro: Opus Alter" degli Ufomammut.
NEWL’INK si rivolge a tutti coloro che hanno voglia di approfondire, attraverso la lettura e la visione di ottime immagini, argomenti culturali inerenti all’Arte, alla Letteratura, Architettura, Design, Musica, Cinema, Teatro e Sport. L’impostazione fortemente autonoma e coerente con un proprio punto di vista, una veste grafica essenziale quanto comunicativa, un formato agevole, una distribuzione gratuita e programmata o puntuale e a domicilio, un team giornalistico serio e professionale, notizie nazionali ed estere, ecc. fanno di Newl’ink un piacevole strumento giornalistico.
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lunedì 29 ottobre 2012
East Rodeo - Morning Cluster (2012) – Menart Records/El Gallo Rojo/Pulse
Quando anni fa una mia cara amica, che non vedo e sento da tempo, mi fece ascoltare per la prima volta gli East Rodeo (credo fosse il duemilasei o duemila sette), per il fatto che li conosceva di persona e me ne raccontava alcuni retroscena, rimasi piacevolmente colpito dalla loro personalità e commistione di suoni. Essi andavano dal burlesco, ai ritmi slavi, al rock di matrice zappiana, crimsoniana e da influenze alte come Cage e Stockhausen. Oggi, per puro caso e perché ho in mano il “nuovo” lp (per la verità già uscito per il mercato croato nel duemila undici) della band, mi ritrovo a pensare a quei giorni e a scrivere una recensione che va al di là, diciamo, di quelle scritte fino a oggi; la nostalgia, sigh!
Il gruppo nasce nel duemiladue dalle forze creatrici dei fratelli croati Sinkauz (Nenad e Alen), e insieme ad altri musicisti nel duemila quattro portano al compimento Kolo, loro prima uscita discografica. Poi nel duemila sette con un significativo cambio di line-up (entrano Alfonso Santimone alle tastiere, all’elettronica e al programming e Federico Scettri alla batteria), al tutt’oggi stabile, fanno uscire Dear Violence . Per Morning Cluster il discorso riprende da lì, e cioè stiamo parlando di un album ricco d’influenze e ricerca, dove da un lato possiamo scorgere dalle fibre delle composizioni delle solide basi math-rock, noise, post-rock e se vogliamo anche del jazz (indubbia conseguenza degli studi di alcuni dei componenti) parliamo per esempio di pezzi come “Trom”, “Mrs. Cluster” o “Re: Trom”. Dall’altra parte, invece, ci sta la personalità più sperimentale del quartetto, ovvero le tessiture elettroniche e programmatiche (“939 Hz”, “Ballad Of LC”, “Brod”) che con le loro fitte ragnatele di suoni delineano un ascolto più avvincente ma sicuramente non facile, ma man mano che gli ascolti si fanno più numerosi rendono l’insieme più vicino e chiaro alle nostre meningi.
Un altro aspetto decisamente da non sottovalutare sono le composizioni dove vi è una leggera ma decisa estrinsecazione della voce. Per l’appunto la band in questo album si è avvalsa di significative e importanti collaborazioni dal panorama indipendente internazionale e italiano. Difatti, sono proprio i pezzi dove i nostri musicisti si avvalgono di “featuring” in cui la voce esce la testa dal turbinio squadrato degli strumenti . Per intenderci, stiamo parlando di nomi come Marc Ribot(Tom Waits, John Zorn, Lou Reed, ecc.) in “Crin Gad”, “Straws In Glass” e “American Dream” , Warren Ellis (Nick Cave and the Bad Seeds, Dirty Three) in “Step Away From The Car” e lastbutnottheleast Giulio Ragno Favero (Teatro Degli Orrori, One Dimensional Man) alla produzione e coltelli in “Straws In Glass”.
Che dire più? Ah, grazie amica cara.
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Recensione personale su Clap Bands Magazine
domenica 30 settembre 2012
Ufomammut – Oro: Opus Alter (Neurot Recordings) - 2012
Uscirà il diciotto settembre “Oro: Opus Alter” degli Ufomammut, l'aurea parte seconda di quel magniloquente concept album che aveva avuto inizio con l'opera “Oro: Opus Primum” (http://www.elicona.it/index.php?option=com_content&view=article&id=253:ufomammut-qoroopus-primumq-2012&catid=34:recensioni-&Itemid=2 ) uscita lo scorso aprile.
Il discorso è e rimane ben consolidato con quello che era stato, più o meno, detto e fatto pregevolmente nella prima parte dell'opera. E cioè, scosse telluriche doom immense, alternate a momenti space-ambient, si mescolano come in un calderone da rituale di magia nera a un impasto psichedelico di cosmica memoria. Difatti, il gruppo con l'attuale lavoro rimane aggrappato o meglio dire, porta avanti una dissertazione sonora audace e tendenzialmente sperimentale, suggellata anche da un'eredità discografica, pur recente, che si manifesta sopratutto attraverso i loro ultimi quattro album, che li hanno portati di lavoro in lavoro verso territori ben più complessi, ossia l'opera concettuale in album. Comunque, se le nostre vedute musicali rimangono aperte a un confronto estetico a quello che oggi ci offre il panorama italiano e, innanzitutto, pensiamo al blasonato “indie”, possiamo spiegarci e spiegare il perché del suddetto “tendenzialmente sperimentale”, riferito all'album in questione.
Dopo vari ascolti, però, l'insieme è vittima di piccole increspature, e possiamo evincerne, rimanendo su grandi linee e confrontandolo col predecessore che non sia tutto un elogio. La mole di materiale che un genere come quello che gli Ufomammut suonano, ha creato decisamente numerose produzioni; appunto, la scena doom metal e heavy psych ha antesignani e pionieri con un bagaglio d'esperienza che supera, più o meno da i gruppi, un quindicennio. Risultare innovativi o addirittura geniali, nuove leve nella propria area oggi, non dico sia impossibile ma bisogna avere molto coraggio artistico per un lavoro sia diciamo valido che riuscito. Oro: Opus Alter in un certo senso lo è, sia al mio ascolto, che per molti settori musicali e musicanti con i feedback recenti di stima.
I riferimenti musicali relativi all'album come per il predecessore ancora una volta sono sempre chiari: Sleep, Neurosis, Electric Wizard e tutta la scena d'oltre oceano heavy-psych stoner doom che è attiva come lava incandescente già da parecchi anni.
Sapranno Urlo, Vita e Poia ancora evocare tali riti di comunicazione con l'universo? E dopo la trasmutazione purificatrice tramite l'oro alchemico, riusciranno a varcare la soglia di queste due ultime prove? Direi di aspettare che il tempo faccia il suo corso tramite ascolti attenti dell'album e prove dal vivo – Oro:Opus Alter verrà presentato questo ottobre con un tour in giro per mezza Europa - dove i nostri adepti ci daranno prova (http://www.youtube.com/watch?v=M8Dn7e97-DA ) del loro monolitico e imperioso sound.
mercoledì 22 agosto 2012
La Piramide Di Sangue - Tebe (Sound of Cobra - Boring Machines, 2012)
Non si ferma l'italiota saga della psichedelia esoterica occulta, portata avanti da un gruppo sotterraneo (ma fino a un certo punto) di artirti italiani (Father Murphy, Mamuthones, Heroin in Tahiti, Cannibal Movie, Squadra Omega, Spettro Family, Orfanado) che con un forte desiderio di elevare il sound italiano verso altri luoghi sta mettendo su sabbath, oracoli e riti con una cifra sonora meritevole e che in un certo qual senso mancavano dai tempi della sensibilità “spaghetti prog”. A coadiuvare questo “movimento” ci stanno etichette, operatori del settore e giornalisti tra cui udite udite Simon Reynolds, il quale si dovrebbe ringraziare per i toni di stima per la nuova “scena” presenti nel suo blog; e nonché per il coraggioso lavoro di ricerca e promozione, l'etichetta Boring Machines.
Difatti, sempre rimanendo nel contesto della suddetta etichetta, oggi avremo a che fare con “Tebe”, il primo album dei Piramide Di Sangue - gruppo progetto di Stefano Isaia aka Gianni Giublena Rosacroce (già voce dei Movie Star Junkies) - in cui è attorniato da altri sei musicisti già Love Boat e Vermillion Sands. Una piccola premessa è data fare, l'album ha già un suo piccolo propedeutico predecessore, ovvero la cassetta “La Piramide Di Sangue” (2010) a nome dello stesso Gianni Giublena, uscita per la Avant! Records.
Ma veniamo all'album. Esso ha per dichiarazioni ufficiali della band influenze che partono da Sun Ra, sviano per il kraut, gli Art Ensemble Of Chicago e arrivano fino al noise e alla psichedelia. Ma c'è di più, qui siamo letteralmente in territori pre-sahariani, in stanze di muezzin imbandite di narghilè dove accendere sonici culti mediterranei a qualche dio pagano della musica e capire se suddetti dei ci reputano, appunto, degli sperimentatori o degli amanti della retromania. I sinuosi movimenti di arabesco del clarinetto presenti nell'album ci accarezzano l'ascolto, le chitarre e gli effetti noisy che stanno a increspare e contornare il discorso combattono (si fa per dire) con la sezione ritmica che si rivela come la parte dell'ensemble più presente e in avanscoperta. L'album scorre tra una composizione e l'altra come se le tracce o tutto album avessero addosso un famelico segreto che vorrebbe rivelarsi solo per pochi adepti o per coraggiosi iniziati.
Un sound esoterico o qualcosa di più accessibile quindi? L'arcano mistero sta nel compenetrare insieme l'afflato rock, noise e le sonorità “etno-mediterranee”, zigane (tzigane) o zingare e compattarle in qualcosa di unico: Tebe, per l'appunto; predecessori come East Of Eden in Inghilterra ed Embryo e Agitation Free nella di Alemannia (area krauta, ma guarda un po') avevano già fatto scuola negli anni settanta con gli stessi ingredienti, difatti.
Sicuramente, una piacevolissima uscita discografica, da avere a tutti costi se volete. Ma poi non vi lamentate, se è il vuoto quello che ci circonda, la curiosità orsù ci salverà.
Viva la psichedelia italiana, viva la psichedelia tutta. Salam aleikum.
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giovedì 28 giugno 2012
Ufomammut - Oro:Opus Primum (2012) - Neurot Recordings
Tutto è fermo, tutto è in movimento: la ciclicità, la reiterazione, il mantra, il suono delle meteoriti che sfiorano il nostro mondo. Con gli Ufomammut (Poia – chitarra, Urlo- basso, voci e synths e Vita - batteria), le definizioni e i termini spendibili hanno molto probabilmente a che fare con tutto questo; riflessioni sull'esistenza umana, sulla prima donna sulla Terra e la sua ribellione al creatore (vedere il precedente concept album Eve - 2010) Per Oro: Opus Primum, uscito per la Neurot Recordings, etichetta gestita da Scott Kelly, uno dei fondatori dei Neurosis, i ragazzi rincarano la dose e, oltre a promettere un atto secondo (Oro:Opus Alter) per quest'autunno, stavolta s'introducono dentro processi alchemici, processi che tramite la conoscenza tramutano le paure in pura essenza, in Vita, essa stessa possibilmente controllabile dalla mente umana dentro quel processo magico e in continuo divenire chiamato Cosmo, Tutto.
L'impianto sonoro dell'album fa riferimento al loro ben collaudato e mastodontico muro di suono, messo a punto in questi ultimi anni, sopratutto da Idolum (2008), punto di svolta verso lidi molto più spacey e psichedelici. Oro naviga come se gli Sleep avessero incontrato i Pink Floyd nella biblioteca di Mago Merlino e stessero per imbandire un tè all'acido con gli Isis e i Neurosis. Tutto ciò per dire che la componente sludge, doom e stoner viene in contatto, egregiamente, con una psichedelia pomposa, pesante. Riffs al granito siderale si riempiono di effetti space, tramite l'uso non indifferente di synth e, dietro l'angolo, possiamo scorgere, coraggiosamente, movimenti kraut da incedere cosmico. Dobbiamo, però, confermare che il lavoro non si discosta dalle ultime imprese del gruppo, ma è la vittoria, la loro fortuna. Una ricerca stabile, verso le cavernose visioni che il trio ci vuole regalare, fieri di non sbagliare un colpo, e il sound lo dimostra: compatto, magniloquente, un preistorico nel futuro.
Si scrive e si parla da più parti che le loro creazioni siano decisamente sopravvalutate, ma come spiegare la incessante e continua presenza sui media di settore italiani e sopratutto stranieri? Le risposte non stanno sempre a portata di mano ma in questo caso è una sola: l'orgoglio delle proprie idee, senza star per forza a guardare cosa ci sta dietro l'angolo e scopiazzare di qua e di là. E' ricerca, cura, attenzione verso i dettagli, se pur minimi, di un suono che sa di messa nera dentro una lezione di astronomia. Il tuo primo ascolto degli Ufomammut potrebbe partire anche da qui, se lo vuoi, ma siamo, dovremmo, essere curiosi.
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