domenica 15 aprile 2012
domenica 8 aprile 2012
Walking The Cow – Monsters Are Easy To Draw – White Birch Records (2012)
Decisamente molto ispirato e di respiro internazionale quest'ultimo full-lenght dei Walking The Cow intitolato “Monsters Are Easy To Draw” uscito il 21 febbraio 2012 per White Birch Records. La band nasce a Firenze dall'incontro proficuo di Paolo Moretti e Martino Lega dei Pentolino’s Orchestra con Nico Volvox e Bardus dei Mirabilia, con curriculum musicali di meritabile rispetto, all'interno della scena indie italiana. La formazione ha anche all'attivo collaborazioni di un certo livello con Pete Bassman (Spacemen 3, Alphastone) e Simon House (Third Ear Band, David Bowie) e ha condiviso il palco, tra i tanti, con Motorpsycho e Arab Strap. I fiorentini hanno anche all'attivo ben due ep di ottima caratura:Gengis Khan Vs Sarah Cat del 2007 e l'omonimo del 2011. L'ultima uscita, ecco, si muove egregiamente tra ottime scelte melodiche legate a un registro indie pop-rock, neo psichedelia, un buon gusto per certe tastiere d'annata, folk e un'indietronica velata ma presente, sopratutto, in alcune partiture per batteria elettronica. Sicuro punto di forza è anche la voce di Michelle Davis, che adopera le sue sicure e delicate corde, tra una Laetitia Sadier più melodiosa (Stereolab) e una Trish Keenan, pace all'anima sua (Broadcast). Le canzoni sono ben registrate e portano con se un certo mood giocoso e divertito (River P., Nightknocking) ma non disdegnando parentesi più “intimiste” (Monsters are easy to draw, Sweetheart), più elaborate (Jesus (buy some porns)), dove le melodie si fondono con gli arrangiamenti e la parte ritmica, determinate da un efficace tecnica strumentale dei musicisti. L'uso della lingua inglese per i testi è appropriato, sicuramente se pensiamo che l'album nel suo disegno ha, più o meno, precise e importanti influenze esterofile:i sopracitati Stereolab e Broadcast, ma anche Fiery Furnaces, i Psaap di The Camel's Back, dei Pram meno post-rock e un certo indie italiano, sopratutto nella scelta di alcune melodie. L'album, quindi, possiede tutte quelle qualità affinché possa avere la sua giusta esposizione mediatica e i suoi meritati feedback nei vasti territori di settore. Io lo spero, diamogli una mano.
venerdì 30 marzo 2012
Aetnea - Aetnea (2011)
Scrivere per un gruppo che per questioni geografiche appartiene alla tua stessa città di origine potrebbe riservare conseguenze inaspettate e di parte, ma non è il mio intento, lo affermo, o almeno proverò a limitare le lodi superflue. Nel caso degli Aetnea, quasi sicuramente, la mia reazione estetica è di pieno appoggio al loro lavoro, fatto con precisione, eleganza e con intento di chi sa che quel che vuole. Il loro progetto prende il via nel 2009 da parte di Luca “Bj” Bajardi, Boris Giuffrida ed Enrico Strano, con la volontà artistica di superare certi cliché e stereotipi insiti in alcuni ambienti musicali e come scrivono loro stessi sul proprio manifesto in rete: “superato un approccio classico al rock metal e all'elettronica, il collettivo aetnea prende il suo abbrivo con soluzioni nuove ai problemi di line-up, percorrendo strade convergenti tra generi diversi” […]. Infatti, partiti come terzetto, il gruppo si è avvalso di vari collaboratori per la registrazione dell'album omonimo, uscito di recente, registrato agli Overflow Studio di Catania.
All'interno del lavoro si susseguono e si miscelano attenti vari suoni e generi: dal post-metal al jazz e dall'elettronica al dub. L'album si presenta tra pezzi che suonano come veri e propri affreschi cinematici electro-ambient (We Love..., Bile Gialla, EyE) e pezzi programmatici che mettono in risalto, in maniera ben più evidente, le idee del collettivo.
Si inizia con Vartan Dub, contraddistinta per pulsioni dub rock e ritmi math che ci consigliano come i ragazzi la sappiano lunga su Meshuggah e affini. Odessus, invece, ci porta nei territori post-metal degli Isis e i muri di suono alla Pelican, una calma rabbia si prende gioco di noi, vuole rilassarci ma è magma puro che cola dalle frange degli strumenti, pieni di pathos, con un clarinetto che si giostra come onirico alle spalle dei giochi di suoni del pezzo, ameno da ogni autoreferenzialità. Béla Bartók, è uno tra i due pezzi manifesto, insieme alla cover 4'33'' di John Cage, per quanto riguarda influenze d'avanguardia (difatti il nome del pezzo è tutto un programma). Si notano l'ottimo l'uso della voce e soprattutto l'uso orientaleggiante del sitar. Contrappunto è o sembra pura computer music, pezzo contorto, ma di ampio gettito che sposta il mood dell'album su riflessioni altre, rispetto alle sezioni più analogiche del lavoro. Per Atrabile, mi sembra quasi scontato, il mio primo pensiero è volato verso Emidio Clementi (Massimo Volume, El Muniria), ovviamente, per l'uso narrativo ed emozionale della voce. Per quanto riguarda l'aspetto strumentale, rimaniamo su territori già visitati, chitarre post-rock, field recordings e consona esplosione apertura strumentale ad accomiatare il pezzo. Se John Coltrane potesse almeno per un attimo capire da là su che l'ultimo pezzo del comparto (Giant Things) ha per titolo una citazione-combinazione di due dei suoi tanti capolavori: Giant Steps e My Favorite Things, di certo ne sarebbe entusiasta o almeno porgerebbe la mano agli Aetnea per l'uso superbo delle citazioni. Comunque, il pezzo(ne) scorre coraggiosamente alternato tra jazz, elettronica d'atmosfera e rock malato ponendo un “full stop”, deciso e nobile, all'album. Una fine che sa di auspicabile continuità futura, per progetti a venire, per nuovi sviluppi sonori, per tutto. Se per ovvietà oggettiva, questo è un lavoro da band emergente, “figlia”di un humus territoriale che ha già in passato dimostrato prove eccelse, farà parlare di se per ragioni che solo l'ascolto ci potrà chiarire ed evidenziare. Semplice e letterale, una parola: meritano.
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domenica 26 febbraio 2012
Heroin In Tahiti - Death Surf - Boring Machines Records (2011)
Voodoo, voodoo! Post-atomico sound che ti avvolge estatico, narcotico, in un vortice deviante ed oppiaceo. Gli Heroin In Tahiti, duo romano formato da Valerio Mattioli e Francesco De Figuereido, entrambi dentro la scena culto del locale romano “Borgata Boredom”, hanno fatto centro con il loro primo lavoro su lp denominato “Death Surf”, uscito per la Boring Machines. Essi ci direzionano verso spiagge tropicali occulte, dove incontriamo indigeni apatici e surfisti dell'apocalisse. Si, spiagge desolate, dove non è il più tempo della gioiosa e solare psichedelia pop dei Beach Boys. Qui, vige il suono di derelitti esseri dopati che aspettano invano l'alba di un nuovo avvento alle porte, in un villaggio vacanze esotico abbandonato. Per capire di che territori stiamo parlando, pensiamo agli Spacemen 3 ed a i Cluster (secondo periodo) che si sono dati al gioco del drone e dello psychobilly, mentre si muovono danzerecci, ieratici, con collane hawaiane di fiori appassiti al collo. Morricone benedice dal vecchio west e Kenneth Anger gli avrebbe sicuramente scritturati per musicare uno dei suoi esoterici corti.
Dunque, prova più che ottima, con potenzialità egregie, che potrebbe varcare le barriere soniche (troppo convinte e statiche) dell'italico stivale e non solo. Aloha, nemA.
mercoledì 1 febbraio 2012
Teatro Coppola,Teatro dei cittadini: un mese di meraviglia.
Anno domini duemila e undici, giorno sedici dicembre. Una ventina di persone tra musicisti, artisti, professionisti del settore dello spettacolo hanno occupato il suddetto in via del Vecchio Bastione, 9 - quartiere Civita, Catania per dimostrare che uno spazio pubblico appartiene alla collettività e, sopratutto, per dar voce ai cittadini e a quell'idea che un luogo già destinato alla cultura deve essere funzionale come fucina di idee, luogo di aggregazione sociale, e propulsore dal basso di vari artisti e maestranze.
Infatti, gli occupanti, più l'anima e le braccia di altri liberi cittadini, sin da subito non hanno perso tempo per portare avanti le proprie idee, ed iniziare i lavori per il recupero fisico stesso del luogo.
Ma andiamo con ordine. Il teatro apre i battenti il 19 giugno del 1821 e nel 1830 prende la denominazione di teatro comunale che manterrà fino al 1887 (anno in cui viene chiuso per la prima volta). Nel 1908 viene dedicato al nome del compositore Pietro Antonio Coppola . Nei decenni successivi il comune lo da in gestione al "Circolo Filodrammatico Artistico" che ne fa un baluardo del teatro sperimentale catanese. Con l'inizio della seconda guerra mondiale viene chiuso per la seconda volta, fino al giorno in cui viene semi distrutto dalle bombe del fronte alleato. Negli anni sessanta si parlò di ricostruzione, ma in pratica niente si sviluppò in concreto, come per l'ultimo progetto targato 2005, i cui lavori sono stati interrotti ed il cantiere lasciato in malora.
Difatti, tra un colpo di cazzuola, una martellata su un dito ed un comunicato stampa, questo arsenale d'intenti va potente e deciso come una locomotiva procedendo nei lavori di restauro e nel frattempo si stila un programma di eventi volto all'autofinanziamento per la ricostruzione stessa del teatro.
Gli eventi si giostrano tra reading musicati di poesie, concerti, teatro e il caro rock 'n' roll. Essi si dichiarano occasione lieta d'incontro e comunicazione e, specialmente, come momenti di presentazione a tutti del teatro.
Una mancanza di mezzi e fondi che gli "occupanti" stanno "esorcizzando", ad un mese o poco più dalla liberazione, tramite il loro fare auto gestito che come al solito farà discutere detrattori o semplici invidiosi.
Ne ho parlato con Serena Barone - addetta ufficio stampa del Teatro Coppola, tramite alcuni miei spunti e riflessioni, che poi son diventati quesiti, per una piacevole intervista.
Puoi chiarirci uno dei punti fondamentali di questa dimostranza? Perché si sottolinea "liberazione", invece di "occupazione"?
Perché “occupazione” ha acquisito una connotazione di proprietà, si passa dalla proprietà comunale di uno spazio ad una proprietà, che è quasi privata. Negli ultimi vent'anni ci si è trincerati negli spazi occupati. L'idea di fondo che si vorrebbe far passare è che questo spazio non è di chi lo ha occupato, ma appartiene di diritto alla popolazione, che deve prendersene cura per restituirlo alla comunità stessa, in questo senso “liberato”. Per questo si è deciso che il movimento d'occupazione fosse un comitato, l'espressione giuridica più idonea a questo tipo di iniziative perché più aperta: chiunque può entrare a far parte del comitato.
Ritieni che la liberazione del teatro Coppola sia seminale, affinché si ripetano simili atti?
Assolutamente sì. Il Teatro Valle Occupato ne è l'emblema. C'è un disagio fortissimo che è diffuso in tutta la nazione e che può trovare sfogo, e soprattutto voce, solo attraverso atti di forza come quello dell'occupazione. La necessità di fare rete diventa propulsione per le realtà che non hanno ancora la forza di esplodere.
Uno dei tanti comunicati stampa sul web del teatro afferma che si vuol essere fuori logiche di partito, fuori logiche politiche, essere individui e liberi in una prospettiva orizzontale di partecipazione collettiva. Quale volontà, ben precisa, c'è dietro queste espressioni?
Non fuori logiche politiche, ma partitiche. La nostra azione è chiaramente politica nel senso etimologico del termine: i cittadini si occupano dell'amministrazione della cosa pubblica. Vogliamo dimostrare che esiste un altro modo di gestire la cultura che sia orizzontale e parta dal basso; i partiti si sono ormai dimostrati fallimentari in questo. La maggior parte degli spazi concessi dalle Amministrazioni comunali, sempre secondo logiche clientelari, sono, di fatto, gestiti dai partiti e, anche quando la gestione pare essere più “illuminata”, si è, in realtà vittime del giogo dei finanziamenti pubblici, che condizionano persino la programmazione degli spettacoli. Quando rivendichiamo il diritto di riappropriarci di un bene comune è chiaramente un modo per mettere in discussione la gestione della proprietà pubblica (nel senso di Stato) che versa in totale stato di abbandono a causa delle caste partitiche di ogni colore.
A proposito di Politica. Ho molto apprezzato l'intervento-reading di Nino Romeo e Mariagrazia Maniscalco nello spettacolo post-assemblea di giorno diciotto dicembre; in cui si parlava di Proudhon, del suo socialismo utopistico e del concetto cardine de "La proprietà è un furto". Quanto vi rivedete in queste parole ed espressioni? Le condividete?
Proudhon era contrario alle sovvenzioni dello Stato, credeva che la gestione della cosa pubblica dovesse avvenire da parte di libere associazioni autorganizzate di cittadini e lavoratori guidati dal loro senso di responsabilità. La proprietà è un furto nella misura in cui la pubblica proprietà è sottomessa al volere dei partiti, che la usano per rispondere ai loro bisogni, ai loro interessi e per ricambiare favori. Direi che non ci sta proprio antipatico Proudhon...
C'è un bellissimo e forte filo conduttore che lega il teatro Coppola a Catania, il teatro Valle Occupato e la sala Arrigoni a Roma e il teatro Marinoni di Venezia, tutte esperienze comuni che vogliono liberare la cultura verso quella destinazione appropriata che sono i cittadini e la collettività, al dispetto di chi in questi ultimi anni lo ha negato o lo ha fatto diventare un affare fin troppo di lucro o un motivo banale per far cassa. Cosa ne pensi di queste esperienze? Il bellissimo e forte filo conduttore potrà rimanere tale per lungo tempo?
Stiamo lavorando tutti per ottenere lo stesso risultato e rivendicare gli stessi diritti, per cui non possiamo non appoggiare queste esperienze. Finché le finalità rimarranno le stesse il filo non si interromperà.
Il vicinato del quartiere Civita, dove è situato il teatro, come ha accolto la liberazione del teatro?
Questa è stata una delle sorprese più grandi. Era la nostra incognita più preoccupante, invece il quartiere ha subito capito che non eravamo un gruppo di scalmanati che voleva occupare il posto per farci le sue feste, ma semplicemente per far rivivere un luogo abbandonato. Ci hanno subito dimostrato solidarietà, ci hanno aiutato con donazioni di materiali e anche di testimonianze storiche del luogo.
Tra le attività future del teatro ci sarà spazio per attività formative rivolte ad un pubblico più o meno vasto?
Sì, certamente. Sarà un luogo della sperimentazione. Si organizzeranno laboratori e corsi di formazione artistica e professionale. Diventerà luogo di produzione: dalla scrittura alla messa in scena di uno spettacolo teatrale. Ovviamente si rivolgerà a chiunque sarà interessato.
C'è un "metodo" o una logica precisa dietro le attività che state pian piano organizzando?
In questo momento stiamo dando spazio a tutti quelli che manifestano la loro disponibilità. Le proposte arrivano continuamente, e, a volte, non riusciamo a soddisfarle tutte, per cui pensavamo di organizzare delle serate flusso con due o tre spettacoli a sera, magari di mezz'ora l'uno per dare spazio a tutti. Altrimenti rischiamo di non riuscire nei nostri intenti, farlo diventare un libero teatro dei cittadini. Dal nostro canto, gli spettacoli ogni sera rispondono all'esigenza di trovare fondi, attraverso la sottoscrizione volontaria, per ricostruire il teatro.
Forma ampliata di un personale articolo intervista apparso su Oggimedia.it
Silver Rocket - Old Fashioned (2011 – Mexican Standoff Records/afmusic)
L'Emilia Romagna riserva sempre efficaci sorprese a chi sa avvicinarsene con cura e dedizione. Arti culinarie, d'amministrazione, passate e presenti, hanno avuto sempre quel quid in più, rilassato e d'intelletto, da far quasi la differenza. In questo caso regionale, parliamo di arti musicali. Nello specifico dei Silver Rocket e del loro ultimo album “Old fashioned”, appena pubblicato il sei dicembre. Il gruppo si forma nel settembre 2009 e dopo un primo periodo di assestamento, porta a compimento il suo primo prodotto di studio intitolato “Silver Rocket EP”.Tracce dirette, concise e con un certo contenuto psycho-shoegaze portano il cosiddetto ep ad avere un buon feedback su vari e importanti media di settore. Nel Gennaio del 2011 decidono di incidere nuove tracce per evidenziare, ovviamente, un nuovo periodo compositivo. Spunta fuori “Old Fashioned”, diretto garage rock melodico con venature post-punk e alternative rock. Il lavoro scorre anche tra solchi rumorosi di chitarra alla Sonic Youth (difatti, il nome della band è tutto un programma) e melodie che rimangono fiere e morbide, impresse sulla nostra materia grigia (Saturate, Walk Out The Door, Bunny Ears su tutte). Un album pieno, citazionista in accezione positiva, dove si nota una certa qual voglia “esterofila”, per dichiarare un suono già di per sé adulto e gradevolmente orecchiabile. Vi piacerebbero i The Jesus and Mary Chain più diretti che vanno a cena con un indie rock un po' zuccheroso d'estradizione americana? La risposta la potreste trovare nel pregevole menù sonoro di “Old Fashioned”.
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Recensione personale su Clap Bands Magazine
venerdì 20 gennaio 2012
L'universo ancestrale dei MoRkObOt - L'intervista
Seguire i Morkobot da più di tre anni è un'esperienza, direi, gratificante. Perchè per ogni disco si ha quell'ansia nell'affermare:ma cosa succederà ora? Cioè, rispetto al lavoro precedente dove si può andare? Si va, si va, eccome. Morbo, ultima fatica della band, uscito per la Supernatural Cat Records, ne è una prova sonora evidente. Le aspettative vengono vanificate e si rimane, per così dire, rapiti. Si gioisce nel seguire band di siffatta calibratura. Il cosmo indipendente italiano si espande, e non di poco, non siamo mica qui a strimpellare le corde in un salottino caldo. E' proprio da queste premesse, infatti, che decido d'intervistare i messaggeri di Morkobot.
- Ho notato che Morbo è composto in maniera molto più complicata rispetto ai lavori precedenti. Parlo, riferendomi, alle dinamiche, ai riff e ai pattern di batteria. C'è stato un particolare calcolo di gestazione per Morbo?
Abbiamo notato che molti fra voi esseri umani sostengono che MoRbO sia il nostro album più accessibile (non tu, MoRkObOt ne gioisce). Non vorremmo fraintendere le loro parole, sai, la parola “accessibile” contiene le parole “cessi” e “bile”. Ci vuole un attimo a capire male. Comunque sia, temiamo che tu abbia ragione, MoRbO è pregno di elaborati calcoli scientifici (e a volte anche linguistici) che ci hanno permesso di arrivare a tale scempio sonoro. La motivazione di ciò è prettamente medica. Abbiamo notato che a causa di tutte le parti dilatate e ambientali nei nostri precedenti lavori i nostri arti e le nostre dita si stavano lentamente atrofizzando. Eliminando queste parti e concentrandosi su una concentrazione di parti più concentrate stiamo lentamente ovviando a questo problema che ci assilla da molti anni ormai. (E’ curioso notare come questo procedimento debba ancora coinvolgere il nostro encefalo dato che stiamo utilizzando risposte simili ad altre interviste effettuate alcuni giorni fa. NdL)
- Avete sempre suonato con questa formazione attuale? Avete avuto al vostro interno, oltre quelli odierni (due bassi e batteria), qualche altro elemento o strumento?
Tra i vari elementi che hanno fatto parte dei nostri esperimenti scientifici non possiamo dimenticare l’acqua. Sovente l’acqua è stato l’elemento che ha dettato i tempi e i metodi all’interno della Fortezza della Scienza (la nostra tana) penetrando da ogni tipo di fessura, le mura, finestre, il soffitto e persino tra le tegole. E qui entrano in gioco gli strumenti. Ci siamo dovuti armare di poderosi mocio, enormi stracci, capienti sacchi, capienti secchi e scope di paglia per evitare la formazione di insidiose forme di vita quali muffe o quant’altro.
- Con mio grande dispiacere, tempo fa persi un vostro concerto a Ragusa. Come collaboratore di una magazine del sud, vi chiedo:come vi siete trovati in territorio siculo? C'è qualcosa di particolare che ricordate durante la vostra permanenza?
Abbiamo dei bei ricordi della Terra del Cibo. Prima di tutto perché, incredibilmente, ci ricordiamo qualcosa e poi perché ci siamo sollazzati non poco. Tralasciando la lunga lista dei gustosi piatti che abbiamo degustato (per poco non abbiamo raggiunto la forma perfettamente sferica con i nostri corpi) perché non basterebbe un hard disk da un Tetra Byte (come lo chiama Ciccio, il mio vicino di casa. NdL) per contenerla, abbiamo conosciuto un sacco di cordiali forme di vita che sicuramente verranno risparmiate quando MoRkObOt debellerà la specie umana. Inoltre sono successi un sacco di aneddoti assai curiosi e divertenti come quella volta in cui abbiamo rotto il motorino di avviamento del Furgone 2.0 (r.i.p. mortacci sua) e ogni volta, per ripartire, siamo stati costretti a spingerlo. Da Messina a L’odi. Ma tutto ciò fa parte delle prove che MoRkObOt ci costringe a superare per dimostrargli tutta la nostra devozione.
- Mettiamo che in questo momento, ipoteticamente, dovreste affrontare un concerto. Con chi condividereste, volentieri, un palco?
Senza dubbio con il cadavere di Jimi Hendrix. Se invece ci è concesso di non scegliere per forza un ammasso di cellule in putrefazione ultimamente ci siamo divertiti molto (e speriamo di continuare a farlo) con Ufomammut, OvO, ICO, Eterea, Viscera///. Non siamo ancora riusciti a suonare con i Mombu o gli Zeus. Effettivamente “MoRkObOt VS Zeus” potrebbe anche essere un ottimo titolo per un film colossal. Oppure si potrebbe fare prima un “Mombu VS Zeus” dove il vincitore sfiderà il temibile MoRkObOt.
- Manifesterete il messaggio di Morkobot in lande straniere? Morkobot, vi ha parlato?
Siamo stati di recente nelle fredde lande al di là delle Alpi a bordo di un enorme Ufomammut e, che rimanga fra noi, pare che MoRkObOt voglia rispedirci di nuovo nelle terre dei barbari dalle croci rovesciate per la prossima primavera. Ma al momento non ci è concesso proferir parola alcuna.
- C'è una precisa volontà dietro i side-project (penso a Berlikete) che sono attivi oltre Morkobot? Oppure è un canalizzare altre idee, un divagare, uno svago.
Non solo vi è il berlikete a turbare gli incubi dei messaggeri, ma presto (o tardi) arriveranno anche OtRoM, Garaliya e UilliUolli. Purtroppo le giornate su questo pianeta durano soltanto 24 ore e sono soltanto 7 per ogni settimana delle quali ce ne sono appena 52 in un anno. Ovviamente anche gli anni a disposizione non sono poi molti. Alcune idee vengono disintegrate se introdotte nei meandri dei laboratori della Fortezza della Scienza per cui, di nascosto dal grande MoRkObOt, i messaggeri si vedono costretti a spremere ciò che rimane della propria materia grigia (che effettivamente non è poi molta) con altre sonorità, luoghi, persone, attività. Finché MoRkObOt non li separi.
- L'universo ancestrale di Morkobot vi rapisce del tutto oppure vi lascia del tempo per essere ogni tanto messaggeri della vostra vita.
Le nostre esistenze sono state resettate. Game Over. Non che ci fosse qualcosa da perdere, ma…qualcuno ha un gettone da prestarci?!?
- Il Malleus Rock Art Lab si occupa del vostro artwork. Come siete arrivati a loro o viceversa?
Abbiamo conosciuto i ragazzi di Malleus tramite gli Ufomammut, che seguivamo già da tempo. A volte può succedere che quando si segue una cosa, con un po’ di fortuna la si può raggiungere sicché loro, essendo uni e trini (Malleus/Ufomammut/Supernaturalcat) e mossi da un gesto caritatevole di proporzioni bibliche, ci hanno proposto di far uscire MoStRo (secondo album della saga di MoRkObOt) per la loro etichetta. Da quel giorno non sono più riusciti a sbarazzarsi di noi.
- Siete in fase di lavorazione per qualche video? C'è un progetto futuro, in tal senso, per promuovere qualche pezzo dell'album?
Un video….mmmh…bisogna prima trovare qualcuno disposto a perdere tempo, mezzi, pazienza, salute fisica e mentale. Dopodichè costui dovrà sottoporci (che non vuol dire “sotto i maiali”) delle immagini che verranno vagliate da MoRkObOt in persona.
Ovviamente tali immagini dovranno avere un senso compiuto, non dovranno rappresentare i messaggeri, dovranno essere surreali, creative, mai banali, elaborate, non troppo colorate. Ah, è giusto che costui sappia che siamo completamente al verde. E’ curioso il fatto che quando si è al verde è come essere, in pratica, nella merda fino al collo che, come è noto, è di color marrone. Essa potrebbe essere verde solo in caso di abbondanti bevute di vino di bassa qualità, ma in questo caso il portafoglio sarebbe decisamente meno al verde. Quindi, in ogni caso, sia che fossimo senza alcun soldo o che fossimo ricoperti dalle nostre feci, saremmo ugualmente al verde. (No, ok, tutto ciò è solo per far capire che se costui volesse realizzarci un video, a noi farebbe molto piacere, ma non possiamo pagarlo. Chiaro, no?!)
Leggi la mia recensione sull'ultimo album dei Morkobot su Clap Bands Magazine
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